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Pubblicato da claudio su 8 Dicembre, 2006
E’ vero che l’abito non fa il monaco nel senso che non basta una divisa a creare un’identità.
TUTTAVIA
è vero che:
1) tendiamo a farci un’opinione delle nuove persone che incontriamo in un tempo brevissimo; quindi la prima opinione che ci facciamo raramente è data da elementi oggettivi quanto, piuttosto, da aspetti emozionali: ci facciamo un’idea “a pelle” su quello che vediamo/sentiamo nei primi 4 o 5 secondi. In questo caso anche l’abbigliamento gioca un ruolo fondamentale.
2) gli abiti svolgono spesso la funzione di ancore; molti venditori sanno, ad esempio, che quando sono vestiti in un certo modo si sentono più sicuri e professionali e questa sensazione li rende effettivamente più efficaci.
Una mia cara amica, che lavora prevalentemente al telefono, cura ugualmente molto il suo abbigliamento (anche se nessuno la vede) perchè questo la fa sentire meglio quando lavora.
Facciamo un esempio, immagina di dover uscire con un/a ragazzo/a, è il vostro primo appuntamento e desideri fortemente che sia il primo di una lunga serie
Immagina di essere in pigiama, con le occhiaie, i capelli in disordine e con delle ciabatte spellacchiate e ti guardi allo specchio: guarda la tua immagine riflessa e valuta quanto ti senti certo, presentandoti in quelle condizioni, di raggiungere il tuo obiettivo quella sera.
Ora ripeti l’esercizio dopo esserti vestito/a e sistemato/a al meglio delle tue possibilità.
Cambiano le sensazioni, è vero o no?
Di sicuro non cambi tu, le tue caratteristiche e la tua identità eppure è facile intuire che anche come ti vesti incide fortemente sui meccanismi della comunicazione
 
 
 
mercoledì 31 ottobre 2007
Un noto proverbio dice “L’ABITO NON FA IL MONACO”
per dire che non bisogna soffermarsi all’apparenza per scoprire
la persona che si ha di fronte.
La REALTA’ però è un’altra.
Il nostro cervello, che lo si voglia o no, impiega circa 10 secondi
per valutare una persona nuova e GIUDICARLA.
COME SI VESTE, come si presenta, le sue espressioni…
In generale la sua comunicazione non verbale…
Di questo e di tanto altro ci parla ALESSANDRA MANGATIA,
esperta di comunicazione personale e televisiva, nel suo
ORIGINALE LIBRO:

=> L’ABITO FA IL MONACO <=
di Alessandra Mangatia - Prefazione di Giacomo Bruno

Disponibile da martedi’ 06 NOVEMBRE 2007
in formato EBOOK, in 288 pagine!

Pubblicato da Sabaonline  

 

          ISADORA ADDIO di Elisabetta Sega
 
Nell’entrare in una libreria e nello scegliere un romanzo, l’ignaro lettore si affida un pò alle sensazioni immediate che il libro riesce a trasmettere.
 
Nel prendere in mano il romanzo di Elisabetta Sega, come faccio sempre, l’ho rigirato fra le mani ammirando la copertina raffigurante un donna stilizzata nell’atto di elevarsi in un passo di danza, ma ho letto anche la trama e alcune note sull’autrice riportate sulla Quarta di copertina.
 
“Elisabetta Sega è nata a Firenze nel 1951. Si è laureata all’Università di Padova in Lettere Classiche e in Scienze Politiche. Attualmente insegna in un istituto superiore di Verona, dove risiede. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo breve La Principessa e il drago (Il Filo).”
 
“La vacanza che Martina decide di trascorrere a Nizza cambia decisamente la sua vita e il suo modo di vedere le cose. Vissuta da sempre in un ambiente ineccepibile – una bella casa, un marito di successo, due figli viziati e completamente concentrati su loro stessi – comprende a poco a poco che in realtà niente è come sembra e che dietro a un’apparente perfezione possono nascondersi ipocrisie, gelosie, rancori inespressi. Passeggiando si imbatte in rue Isadora Duncan, la via dedicata alla grande danzatrice americana deceduta tragicamente nel 1927. Rapita da un improvviso e inspiegabile desiderio di conoscere la storia, si lascia trasportare indietro nel tempo, e il suo, e quello dell’artista, diventano un unico, appassionante romanzo. E’ allora che Marina scompare al nostro sguardo, proiettandosi oltre le logore concretezze del proprio presente in direzione di un ignoto rinnovante, che prosegue al di là del racconto, vita finalmente reale.”
 
Tutto ciò mi ha incuriosito non poco e quindi mi sono accinto a leggere il romanzo.
 
La trama descritta sulla quarta di copertina, intrecciata a un ordito fatto di cose quotidiane proprie di ciascuno di noi, intessuta, con padronanza mirabile di linguaggio e proprietà lessicale dalla nostra autrice, stimola alla lettura in un crescente di emozioni e di attese che avvincono il lettore e lo portano a non staccarsi dalle pagine; l’ho letto infatti quasi tutto d'un fiato e fino alla fine la tensione è restata elevatissima.
 
Ricchezza di vocaboli, articolazione di costrutti linguistici, complessità di tessitura del romanzo, fanno del libro un testo degno di essere consigliato ai giovani che finalmente potranno scoprire il gusto della elaborazione classica del linguaggio letterario.
 
Non va poi tralasciato il colore rosa della tessitura: Un libro scritto da una donna che parla del mondo femminile con stile incalzante e stimolante anche per il lettore più restio.
 
 
 
Slow Economy 
 
Federico Rampini ci racconta, in un viaggio attraverso tre continenti e decine di città, quale forma sta per prendere il nostro futuro. Abbiamo di fronte a noi una lenta e inesorabile rivoluzione verde che ci porterà a produrre e a consumare in modo più consapevole; si percepisce nei comportamenti dei governanti e degli elettori il desiderio di un "Neo-socialismo" che spinga gli stati ad assumere iniziative politiche più ponderate e attente alla qualità dei servizi, del welfare e della vita in generale. Insomma, secondo Rampini si va profilando la rivoluzione tranquilla della "Slow Economy": un nuovo modello di sviluppo dove la crescita a ogni costo non sarà più la prima preoccupazione delle nostre società. Un modello di sviluppo in cui, come in una sorta di "Slow food" esteso a ogni aspetto della vita, ritroveremo tutti insieme un nuovo (e antico nello stesso tempo) equilibrio con il nostro ambiente lavorativo, naturale e sociale.
 
Federico Rampini è nato a Genova nel 1956 , è sposato e ha due figli.

* Federico Rampini è European Editor di Repubblica, editorialista, inviato e caporedattore per gli affari europei dal 1997
* Ha collaborato come opinionista a Le Figaro, L'Express e Politique étrangère in Francia. E' consulente dell'Institut Français des relations internationales; Membro del Comitato Scientifico della rivista Critique Internationale pubblicata dalla Fondation Nationale des Sciences Politiques di Parigi; e della rivista italiana di geopolitica Limes.
* Ha partecipato ai lavori della Trilateral Commission ed è ospite del World Economic Forum di Davos.
* E' stato membro del Comitato dei Saggi dell'Unione Europea per la Corea del Sud
* Docente per conferenze e seminari europei di Deutsche Banck, Arthur Andersen, Aérospatiale. Per la Camera di Commercio italiana a Parigi, presiede dal 1993 un ciclo di incontri con uomini di governo e industriali italiani e francesi
* E' stato il capo della redazione milanese di Repubblica dal 1995 al 1997
* Vicedirettore del Sole 24 Ore dal 1991 al 1995
* Corrispondente a Parigi e inviato per l'Europa del Sole 24 Ore dal 1986 al 1991, prima era stato redattore de L'Espresso e di Mondo Economico
* Il suo debutto nel giornalismo avvenne nel 1977 a "Città futura", settimanale della FGEI di cui era segretario generale Massimo D'Alema.
* Nel 1970 passò alla redazione di Rinascita, Settimanale del PCI di Enrico Berlinguer che lasciò nel 1982 dopo avervi pubblicato un'inchiesta sulla corruzione in seno al PCI.
* E' stato allievo del sociologo liberale francese Raymond Aron, all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, e di Mario Monti alla Bocconi
 
 
 
Sull'oceano
Autore: Edmondo De Amicis        Editore: Garzanti
 
"Sull'Oceano", pubblicato nel 1889, è il solo romanzo italiano che affronti il tema dell'emigrazione, un fenomeno di ampiezza e importanza tali da incidere profondamente, tra Ottocento e Novecento, sulle sorti del nostro Paese. Nel descrivere il proprio viaggio da Genova a Buenos Aires, l'autore illustra, con fraterna partecipazione, la miseria e la tenacia del popolo degli emigranti, costretti da condizioni di vita disumane ad abbandonare la terra natale. L'acuta percettività ai problemi della storia, insieme alla capacità di comunicare una morale ottimistica, per quanto venata di populismo, ne fanno una delle prove più riuscite di De Amicis.

Nel 1884 Edmondo De Amicis si imbarca alla volta dell'Argentina come corrispondente per il "Nacional". Nel viaggio racconta l'epopea di una nave e del suo carico: uomini e donne di tutte le età, condizioni economiche e status sociale ci restituiscono un'umanità di avventurieri, poveri, nobili in cerca di una vita migliore. Faccendieri brasiliani, contadini, proprietari di fabbriche di zolfanelli, "femmes fatales", maestrine dalla penna rossa sono il popolo degli emigranti protagonisti del racconto. Ma questa storia è più di un taccuino di viaggio: pubblicato nel 1889, con dieci edizioni in due settimane costituì uno dei primi "casi letterari" dell'editoria italiana, oscurato in seguito da "Cuore" che lo aveva preceduto di due anni.

 
 
I QUARANTA GIORNI DEL MUSSA DAGH, romanzo di Franz Werfel; traduzione di Cristina Baseggio
Milano: Corbaccio 2007
 Franz Werfel (Praga, 1880 - Beverly Hills, !945) figlio di un commerciante ebreo, dopo la Prima guerra mondiale si stabilì a Vienna, dove ben presto si impose come uno dei protagonisti della vita letteraria mitteleuropea. All'avvento del nazismo emigrò in Francia e poi negli Stati Uniti. Tra le sue numerose opere ricordiamo: Piccoli amori, Nella casa della gioia, Un mondo al crepuscolo, Il colpevole non è l'assassino, ma la vittima e Anniversario dell'esame di maturità, tutti editi in Italia da Guanda.
 
"Quest'opera fu abbozzata nel marzo dell'anno 1929 durante un soggiorno a Damasco. La visione pietosa di fanciulli profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti, diede la spinta decisiva a strappare dalla tomba del passato l'inconcepibile destino del popolo armeno".
 
Grande e travolgente romanzo, narra epicamente il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antichissima civiltà crisitana, in eterno contrasto con i turchi, con il grande Impero ottomano detentore del potere. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Musssa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Fino ai primi di settembre riuscirono a tener testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approviggionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese.
Su quel massiccio dove per quaranta giorni vive la popolazione di sette villaggi, in una improvvisata comunità, si ripete in miniatura la storia dell'umanità, con i suoi eroismi e le sue miserie, con le sue vittorie e le sue sconfitte, ma soprattutto con quell'afflato religioso che permea la vita dell'universo e dà a ogni fenomeno terreno un significato divino che giustifica il male con una lungimirante, suprema ragione di bene.
Dentro il poema corale si ritrovano tutti i drammi individuali: ogni racconto genera un racconto. Fra scene di deportazioni, battaglie, incendi e morti, ora di una grandiosità impressionante, ora di una tragica sobrietà scultorea, ma sempre di straordinaria potenza rappresentativa, si compone quest'opera fondamentale dell'epica moderna.
Tragico documento sulla persecuzione degli armeni da parte dei turchi durante la Prima guerra mondiale, il libro venne pubblicato nel 1933 ed è stato giustamente considerato la più matura creazione di Werfel nel campo della narrativa.
 
 
 
Nelle terre del Grande Nord : il richiamo della foresta, Zanna bianca e altre storie
Jack London ; introduzione di Mario Maffi
Torino : Einaudi, 2008
Nel 1897 Jack London lasciò San Francisco per l'Alaska sulla scia della febbre dell'oro scoppiata in quegli anni. Tra mille peripezie raggiunse il Klondike, e proseguì al di là delle montagne, fino a Dawson City in Canada e lungo il fiume Yukon. Non trovò l'oro che cercava ma riportò a casa qualcosa di più prezioso: un immenso tesoro di osservazioni e di ricordi che trasformò poi nelle sue opere più famose. È così che nascono alcuni dei suoi capolavori "Il richiamo della foresta", "Zanna Bianca", "Farsi un fuoco", "Baitard" dove in uno scenario di sterminate distese di neve, fiumi gelati, foreste brulle e tetre, si muovono uomini e animali legati indissolubilmente dalle leggi di natura che li costringono a lottare per la vita, uccidere per non essere uccisi, giocare d'astuzia, combattere gli istinti più selvaggi.
 
 
 
La moglie indiana
Anne Cherian
Roma : Newton Compton, 2008
Neel è un anestesista, fiero della propria capacità di decisione, dentro e fuori la sala operatoria. Perciò pensa di poter gestire la richiesta di sua madre che lo richiama in India perché sposi una brava ragazza indiana. Figuriamoci, Neel ha già una fidanzata a San Francisco, e una carriera ben avviata: un matrimonio combinato è l'ultima cosa che gli passa per la testa. Leila è un'insegnante nel villaggio della famiglia di Neel. Ha trentacinque anni ma ancora non è stata promessa a nessuno; la sua famiglia è troppo povera per procurarle una dote, e poi si vocifera di una sua relazione segreta con un ragazzo musulmano. L'apparente libertà americana si confronterà con le tradizioni e le usanze indiane quando le vite di Neel e Leila si uniranno nel più improbabile dei matrimoni combinati. Entrambi dovranno lottare per conciliare i propri desideri con le aspettative delle famiglie e dovranno imparare a conoscersi a fondo.
 
 
Sono nato con la sabbia negli occhi
di Dayak Mano, EMI 2003, pag 2254, € 10.00
 Descrizione
 "Sono nato con la sabbia negli occhi. Questo avveniva a Tidène, nel cuore delle montagne dell'Aïr, all'inizio della stagione delle piogge. Mia madre mi diceva: "Mano, sotto la tua lingua si nasconde il miele, ma non lasciare mai il deserto poiché il deserto purifica l'anima. Lontano da esso, sei sordo e cieco". Così parlano le madri Tuareg. Per pudore, esse nascondono le loro preoccupazioni con allegorie. Un potere che le rende poetesse e sovrane. Io non sapevo che esistesse un altro mondo. Come avrebbe potuto esistere, mentre proprio dietro le nostre tende c'era la sabbia, la sete e il nulla?" Un libro di narrativa autobiografica da cui emergono gli stili di vita e la cultura del popolo Tuareg.
 
 
 
Una Repubblica Italiana. Il Cantone Ticino
Giuseppe Rensi , Italia,  1994
A cura di Giancarlo Vigorelli.
Formato 12.5x21, 88 pp.

È l'opera prima del filosofo italiano (1871-1941), "matrice" delle sue idee e convinzioni e di conseguenza di tutto il suo operare civile.
La naturale predisposizione di Rensi alla libertà individuale e la sua opzione per una società democratica, durante l'esilio a Lugano, hanno trovato a portata di mano un "modello costituente", non tanto nella figura dello Stato elvetico, quanto piuttosto nel volto stesso di ogni singolo cittadino.
Recensione
Una repubblica italiana. Il Cantone Ticino, 
opera prima del filosofo
Giuseppe Rensi, a scuola di federalismo elvetico
di Giulia Caminada Lattuada
Sono passati alcuni anni da quando un amico e maestro di libertà mi parlò di Giuseppe Rensi, del “ticinese” Giuseppe Rensi, avvocato, filosofo e giornalista, costretto alla fine dell’Ottocento a riparare in Svizzera, nel Cantone Ticino, per sfuggire alla condanna del Tribunale Militare per aver preso parte ai moti operai milanesi del 1898, stroncati dall’esercito con la strage del generale sabaudo Bava Beccaris. Avversato alla pari dai due doganieri della filosofia nazionale, Croce e Gentile, escluso dalla cattedra universitaria già dal 1927, arrestato nel Trenta con la moglie, Lauretta Perucchi asconese, per cospirazione antifascista, sempre tenuto in disparte, da vigilato speciale, fino alla morte, il 14 febbraio 1941; e anche il funerale venne disperso, e qualche discepolo schedato. Ma il Ticino fu per Rensi la scoperta del modello ticinese di “democrazia diretta” e l’esperienza della vita pubblica del Ticino e della Svizzera in seguito all’ottenimento della cittadinanza e all’accesso anche ad alte cariche politiche: fu eletto deputato al Consiglio Maggiore e divenne segretario del Consiglio di Stato. Rensi è l’autore, fra l’altro, di numerosi saggi che vedono inizio nella sua opera prima, Una Repubblica Italiana. Il Cantone Ticino. La scoperta della sua opera prima - rintracciata in una libreria di Lugano, recentemente riedita da Armando Dadò editore – ci porta a riflettere su alcune tematiche che il vivere sociale e civile della cosiddetta Italia si trascina da lungo tempo, sicuramente dai tempi che vedono l’impegno civile e politico di Rensi, che equivale a dire, più o meno, dai tempi dell’unificazione forzata della penisola sotto Roma. Tematiche tanto attuali oggi in un contesto sociale, culturale, civile e politico dove la forte, dignitosa e quanto mai “moderna” voce del Rensi si staglia mai inopportuna. E per dirla con le stesse parole di Rensi, «per disperdere il pregiudizio che attribuisce alcunché di fatale, di destinato, d’immutabile ad un assetto politico-sociale sotto cui siamo avvezzi a vivere fin dall’infanzia non vi è miglior mezzo che mostrare l’esempio di regimi politici diversi da quello in cui si è abituati a vivere. L’esempio di regimi politici i quali sono l’attuazione di ciò che dove si vive, è proclamato d’attuazione impossibile». Ed ecco l’esempio del Canton Ticino, a due passi dall’Italia. «In altri Paesi – a Ginevra, a Zurigo, a Parigi, a Bruxelles, a Londra – si potranno osservare degli esempi di democrazia più sviluppata, più larga, più ardita, più ricca. Ma tali esempi ci si appalesano anche come il portato di popoli profondamente diversi dal nostro. Noi sentiamo in quei Paesi, una lingua diversa, osserviamo costumi diversi, vediamo un paesaggio e perfino un’architettura diversa; è naturale quindi che non ci meravigli il constatarvi istituzioni politiche profondamente diverse dalle nostre, aventi per base inconcussa una libertà non revocabile in discussione, una democrazia in cammino continuo verso una maggiore larghezza; è naturale che non ci sorga spontaneo il pensiero: “se ciò è giusto, è buono, è possibile qui, perché non dovrà essere giusto, buono, possibile anche in Italia?”. Precisamente l’opposto, invece, avviene per chi osservi l’esempio di democrazia presentato dal Cantone Ticino». Quasi a ricordare che l’identità è un insieme di valori condivisi dalle stesse comunità e ogni società è prima di tutto un nucleo di valori fondanti, un’idea condivisa e in secondo luogo un sistema collettivo organizzato e istituzionalizzato. Il che equivale però tristemente a constatare che nonostante sia la stessa terra e la stessa identità culturale, proprio lì lungo il confine tra il Ticino e la cosiddetta Italia, la diversità delle istituzioni compromette la salvaguardia, la crescita e il benessere dello stesso popolo. E, prosegue Rensi in maniera tanto semplice, quasi ovvia e paradossale, «Voi partite da Cannobbio, col battello a vapore, ed arrivate a Brissago, o meglio partite a piedi da Pino e arrivate a Caviano; o meglio ancora vi recate da Pontetresa a… Pontetresa, dalla parte italiana del paese a quella svizzera. Avete impiegato nel primo caso venti minuti; nel secondo dieci; nel terzo due. Nulla intorno a voi è cambiato. Voi vedete lo stesso orizzonte, lo stesso lago, le stesse montagne; voi udite non solo la stessa lingua, ma l’identica inflessione di dialetto; voi siete in mezzo agli stessi uomini e ai medesimi costumi. Eppure voi siete passati da un popolo il quale (come ci vanno ricantando i nostri uomini politici seri e perbene) non è maturo per la libertà e la democrazia, ad uno il quale invece è maturo per una Repubblica a base, non pure di democrazia rappresentativa, ma di democrazia diretta. In due minuti voi siete passati dalla verità apodittica, insegnata ai ragazzi delle scuole elementari, che la monarchia temperata è la miglior forma di governo, all’altra verità apodittica, insegnata ugualmente nelle scuole primarie, che “la miglior forma di governo, per un popolo libero e illuminato, è la repubblica federativa e democratica”». E questa è l’assurdità in cui vengano a trovarsi l’Italia e la Svizzera proprio lì lungo i confini. Due Stati che pur confinanti sono e restano invece tanto diversi, talvolta contrastanti ed opposti. Ma qualcuno ha anche detto che una terra sono i suoi uomini e le sue istituzioni. «E gli uomini che nascono di qua», dice Rensi, «nascono con l’innata attitudine ad esercitare diritti di assoluta e sconfinata sovranità politica, a cui nessuna cosa e nessuna persona sta sopra, attitudine che a pochi minuti più in là gli uomini non portano più, nascendo, nell’animo loro. Quest’antitesi, così piena, tra l’identità di razza, di lingua, di costumi, e la dissonanza di istituzioni politiche fa sì che, come dicevamo, le osservazioni sullo sviluppo della democrazia fatte nel Canton Ticino siano, per gl’italiani, più suggestive di quelle fatte in qualsiasi altro Paese».
 
 
 
 
 
Il mulino dei Dodici Corvi : romanzo di
Otfried Preussler ; traduzione di Giovanna Agabio
Milano : Longanesi, 2008
Krabat, giovane orfano che vaga di villaggio in villaggio all'epoca in cui quello del viandante era quasi un mestiere, fa uno strano sogno: undici corvi appollaiati su una stanga lo chiamano con insistenza, invitandolo al mulino della palude di Kosel. Poiché il sogno si ripete per più notti, il ragazzo decide di mettersi alla ricerca di quel luogo, lo trova davvero, viene ingaggiato dal mugnaio come apprendista e inizia il suo tirocinio con altri undici garzoni. Ben presto Krabat si rende conto d'essere finito in una scuola di magia nera, ma, allettato dall'idea di diventare un esperto nell'"arte delle arti", quella che consente di acquisire un immenso potere, accetta di seguire gli insegnamenti del mugnaio-maestro. Allievo diligente, Krabat non sa però rinunciare al mondo esterno ed è sempre pronto a coglierne i richiami di vita e d'amore; inoltre, troppe sue domande rimangono senza risposta: chi è il misterioso compare che giunge al mulino nelle notti di novilunio? Quali orribili sostanze tritura quella che viene chiamata la Macina Morta? Così, nel ragazzo matura a poco a poco la decisione di opporsi al potere del maestro, di trasformarsi da allievo prediletto in antagonista. Ecco che allora la favola si rivela per quello che è: un romanzo sulla scelta fra potere e amicizia, potere e amore, potere e libertà. Un romanzo che, dopo aver immerso il lettore nella cupa atmosfera della magia usata a scopi malvagi, lo fa riemergere alla luce del sentimento.
 
 
 
Liberami amore
Alberto Gentili
Milano : Garzanti, 2008
Amina è arrivata vicino a Pavia con la sua famiglia dall'Afghanistan via Germania, in fuga dalla tragedia del suo paese. Ha 20 anni, una gran voglia di vivere e cerca la libertà. Una sera va a ballare al "Disco-play" di Sirmione e incontra Tano: fa l'avvocato ha diversi anni più di lei e sa cos'è la vita. È un'attrazione forte, ma è anche una storia impossibile: lui ha già una famiglia, e i genitori di lei non potranno mai accettare una situazione del genere
 
 
 
 
 
Umberto Galimberti, L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, 2007, pagine 180, € 12,00
La mancanza di maestri. L'analfabetismo emotivo. Il futuro non percepito più come promessa, ma come minaccia. La pubblicizzazione dell'emotività. Il ritratto dei giovani fatto da Umberto Galimberti è inquietante quanto l'ospite che toglie ogni certezza a questa generazione: il nichilismo.
(A. Gagliarducci, La Sicilia, 24 dicembre 2007)
Motivazione per la lettura: ho già dato una scorsa al libro. Interessante e godibile anche sotto l'aspetto letterario. Galimberti traccia una mappa delle dinamiche culturali e psicologiche che condizionano, a mio avviso, non soltanto l'esistenza dei giovani, ma la vita di tutti gli abitatori dell'Occidente.
 
 
 
 

 
 
 
 

 

 

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